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mercoledì 23 febbraio 2011

Winter's Bone: Un Gelido Inverno



Altro piccolo consiglio cinematografico della settimana.
Winter's Bone, tradotto da noi col titolo Un Gelido Inverno, piccola perla della cinematografia indie made in U.S.A e vincitore al Festival di Torino, al Sundance e pure al Festival di Berlino nella sezione Forum.
La storia vede come protagonista la diciasettenne Ree Dolly alla ricerca del padre, o di quel che ne resta, per poter mantenere in piedi la sua famiglia. Winter's Bone è uno di quei film che devi aspettare fino alla fine per poterlo comprendere, facendoti incastrare dalle immagini e dalle sequenze una piu cruda (e crudele) dell'altra. Un film che pesa e che sicuramente impressiona ma in modo sottile e poco marcato. La piccola Ree (Jennifer Lawrence) vive in una realtá poco amabile, ma questo fondamentalmente non la tocca. Si ha per tutta la durata della visione la netta sensazione che quello che vediamo sia già conosciuto agli occhi di Ree, sia giá dato per scontato. La crudeltà dell'intorno è metafora di quella interna alla protagonista che viene descritta come fosse una giovane e imapavida guerriera. Ma lo scioglimento è dietro l'angolo e si visualizza attraverso le lacrime e attraverso il riconoscimento e la scoperta di una parte rinnegata di sé.
In tutto ció, in una cornice di degrado sociale, l'ambiente naturale la fa da padrone, divenendo singnificante di oscuritá, mistero e paura, sottolinenado una realtà esistente che a volte, troppo spesso, pensiamo non esista.

KinoEye

martedì 22 febbraio 2011

Black Swan




Potremmo semplicemente scrivere usando l'imperativo: andate a vedere Il Cigno Nero!
Però ci sentiremmo in dovere di motivare un ordine del genere. E non che la 20th Century Fox ci paghi, anzi...forse dovrebbe proprio farlo.
Black Swan, Il Cigno Nero, quinta pellicola di quel genio sadico di Aronofsky, fu presentata all'ultima Biennale del cinema di Venezia. Ci furono fischi e pernacchie provenienti dalla stampa italiana, che non si fece scrupolo a lanciare anatemi e a stroncare un'opera che a nostro umile giudizio è un capolavoro. Ok, diciamo subito che abbiamo peccato. Non abbiamo visto The Wrestler (Mickey Rourke ci ha sempre tenuti lontani dalla visione), ma forse proprio per questo motivo riusciamo a prescindere da inutili paragoni visivi e critici.
Si dice che un'opera artistica è autonoma e indipendente da altre opere precedenti dello stesso artista. Il cinema (un certo tipo di cinema) è arte, e quindi seguendo il sillogismo, ogni film è forma d'arte autonoma e independente dalle altre che lo precedeno. Quindi anche Black Swan. Quindi non sussistono paragoni.
Chi si diletta nella massacrante critica negativa a questo film è perchè riporta solo gli errori di una regia, a suo parere superficiale, in confronto a quella espressa in The Wrestler che dicono più corposa e presente. The Wrestler era corporeità, fisicità artistico-cinematografica incentrata sul corpo del protagonista. Ma qui in Black Swan il corpo non c'entra nulla, o meglio c'entra in quanto mezzo per l'evoluzione, per una trasformazione che però trascende la carne perchè è una trasformazione esclusivamente legata alla psyché (l'anima umana in greco).
La storia gira intorno a Nina (splendida Natalie Portman), una giovane ballerina che viene scelta per l'ambito ruolo della regina Odette ne "Il Lago dei Cigni", peccato però che il maestro Leroy (interpretato da Vincent Cassel) la voglia sia come interprete di Odette (il Cigno Bianco che incarna bellezza e purezza d'animo) che di Odile, sosia malvagia di Odette (il Cigno Nero che incarna la seduzione e tutti quegli istinti legati alla sessualità). Questo (e altro, poichè sarebbe riduttivo limitarsi a un solo semplice limite) fa sì che la protagonista cada in un trip allucinatorio e inconscio.

La storia, la sceneggiatura, rasenta la banale semplicità, ma d'altronde il cinema è nato come arte muta, e forse questo film potrebbe anche essere privo di dialoghi, accompagnato esclusivamente dalla musica di Cajkovskji, perchè l'essenza arriverebbe comunque a colpire lo spettatore in sala.
Quello che si vede sullo schermo è la trasformazione dell'inconscio umano, è la crescita di un individuo che ad un tratto si ritrova in delle prigioni di una non-vita esasperata dal raggiungimento della perfezione, dalla presenza di più figure ingombranti che lo esortano a fuoriuscire da un involucro costruito nel mondo dell'Es.
Fondamentalmente è un film sulla crescita, sul raggiungimento di una tappa (forse oseremmo dire dell'età adulta) e dell'attraversamento inconscio che porta a tale raggiungimento, un passaggio fatto di sangue.
In questo film non c'è la corporeità della precedente opera di Aronofsky perchè questo film punta a indagare i moti oscuri dell'animo umano e della mente umana. Se il precedente era terreno questo appartiene all'elemento dell'aria.
Tutto ciò viene giustificato e sottolineato da una scelta basilare: il cigno, significante ( e simbolo in alcune mitologie) di trasformazione e cambiamento (il cambiamento interno della protagonista che si riscontra nel cambiamento corporeo che avviene nel trip allucinatorio vissuto da lei stessa), un volatile, un essere che riesce a dominare il mondo dell'aria.
Potremmo continuare a scrivere, ma preferiamo fermarci qua, per non dover sfociare in un noioso dibattito prettamente filmico. Lasciamo a voi l'ultima parola. E comunque, andate a vedere Il Cigno Nero, merita davvero.

KinoEye


lunedì 14 febbraio 2011

Esben and the Witch: il ritorno della Cold Wave?


In tempo di guerre fra reginette pop, giá vinte e giá perse, noi abbiamo preferito concentrarci su qualcosa di più (o)scuro.
Si chiamano Esben and The Witch, sono di Brighton (città che ha visto nascere Fat Boy Slim, Bat for Lashes e The Kooks, per dirne qualcuno), e prendono il loro nome da una favola di origine danese.
Il mese scorso è uscito il loro album di debutto Violet Cries, dopo un Ep di lancio che fece molto parlare al di là della Manica.
Sonorità (neo)gotiche, cupe, accentuate da echi e riverberi, da elettronica e chitarre, un'atmosfera di magica e fredda oscurità che si diffonde in tutte le tracce dell'album, come se la voce di Rachel Davies e l'accompagnamento dei suoi due colleghi fossero l'evoluzione esatta di una Florence Welch solo molto più pessimista e dark (Marching Song e Light Streams).
C'è chi li ha identificati come Bat for Lashes per adulti (Marine Fields Glow), chi ci ha sentito una Bjork più austera e arcigna (Hexagons VI e Chorea).
Noi sappiamo solo che sentendo questo album, a nostro giudizio ottimo, abbiamo la netta impressione di levitare e che il canto della Davies sia molto piu vicino alle sirene, quelle di origine ellenica che attiravano a sè gli uomini con il loro canto e poi ne mangiavano i corpi (sentire Eumenides e crederete).

KinoEye

sabato 12 febbraio 2011

Tying Tiffany live @ Circolo degli Artisti : nessuna suicide girl è stata maltrattata durante la stesura di questa recensione.

















E' il progetto GlamnightLive, nato nel 2010 dalle brillanti menti di Flavia Lazzarini, Marco Longo e Francesco Mirabelli (Paconazim), a riportarci un pò indietro in quel lasso temporale breve ed intenso in cui tutto era rigorosamente New Wave e la musica Ebm sfondava le casse. Poi, la svolta electroclash e le frangette diventeranno nere e corte.

L'atmosfera che ci accoglie è quella di un Circolo degli Artisti decisamente evoluto. Verso le 22.30 la sala principale comincia a riscaldarsi con il gruppo spalla Spiral 69 (capeggiato da Riccardo Sabetti). Sono lì a presentare il loro nuovo album No Paint on the Wall. Dobbiamo essere sinceri, non li conoscevamo, ma ci hanno piacevolmente colpito. Sì, il sound era di buon livello e con quella nota dark che non ci dispiace per nulla.

Circa 10 minuti di stacco e poi ecco che arriva lei.

Saltiamo le consuete introduzioni pseudo biografiche ed i soliti riferimenti ridicoli a questa/quell’altra band (possibilmente di almeno 30 anni fa, che suona più credibile) ed andiamo subito al punto: “Peoples Temple”, nuovo disco di Tying Tiffany è, a primo ascolto, davvero tanto ma tanto carino. Carino. Il compito è ben fatto, non fa praticamente una piega, è chiara la ricerca della svolta a tratti verso il darkE come del resto la copertina, sempre un belvedere, ci suggerisce. Dal sito della stessa leggiamo : “TT è cresciuta moltissimo e riesce a realizzare un album in cui ridefinisce i pattern propri del dark e della new wave degli 80ies alla luce del suo originale modo di intendere il pop: confortevole e innovativo al tempo stesso.” Si. C’è scritto davvero così.

Il live è decisamente piacevole e TT fa quello che deve fare, tutti scattano foto e pensano che è una roba troppo ma troppo avanti, del tipo che “domani mi scarico troppo tutte le canzoni poi vado da American Apparel e mi compro quei leggins pure io”. Un’ora buona, pezzi nuovi più i vari immancabili I wanna be your mp3 e I’m not a peach. No, Pazza non l’ha fatta. Buona la cover di School dei Nirvana, davvero. Tutto quanto suona e sembra talmente fedele al suo intento, che io sto già pensando che domani devo assolutamente andare alla posta a pagare il gas prima di fare la spesa (scorro lista mentalmente). No dai, riformulo la frase: tutto quanto suona e sembra talmente fedele al suo intento, che viene spontaneo pensare che il trucco - o deus ex machina, se preferite - c’è, si vede di brutto e probabilmente è il trucco più vecchio del mondo ma va bene. O meglio, non va bene ma è lo stesso.


Napalm Karenina



venerdì 11 febbraio 2011

RITUAL, il nuovo album dei White Lies


Due anni fa con “To Lose My Life” rappresentarono davvero un caso, andando subito al successo, critica e pubblico impazzirono per loro. I White Lies erano destinati ad una carriera sfolgorante e soprattutto a dare una sferzata al genere new wave e post punk britannico. Ed infatti l’album era prodotto davvero bene, i singoli erano azzeccati, le sonorità studiate e riuscite, ogni traccia lasciava davvero il segno (io molte ce l’ho ancora nel mio iPod, tanto per dire). Partirono subito i paragoni illustri (Depeche Mode, The Sound, Joy Division) o con band contemporanee (Editors, Interpol), e i nostri tre giovanotti non delusero affatto.

Era ovvio dunque aspettarsi molto dal loro secondo lavoro, l’attesa è stata davvero tanta, per fans, per amanti del genere e per i loro detrattori. E così, agli inizi di gennaio, ecco arrivare “Ritual”, anticipato dal singolo (bello) “Bigger Than Us”. Che dire di questo secondo capitolo della loro carriera: ovviamente nessuno mette in discussione le capacità del gruppo, anzi, i White Lies ci sanno fare. Eppure “Ritual” ti lascia un po’ con l’amaro in bocca, non ti soddisfa del tutto. L’album, come dire, non aggiunge nulla e non sviluppa il loro stile (che resta comunque unico) e la loro musica, nonostante un avvicinamento all’elettronica. Ma, appunto, si tratta solo di un avvicinamento, null’altro, un tentativo, ma non c’è quello step e forse quella volontà di evolvere, quel passo necessario ad un ulteriore miglioramento. Ci sono certamente delle canzoni molto notevoli, “Holy Ghost”, “Turn the Bells”, “Strangers”, ma per il resto è tutto già sentito (anche nell’album precedente), un po’ noioso. Il risultato, dunque, sembra piuttosto mediocre, o forse lo è per davvero.

Mentre “To Lose My Life” con un ascolto ti catturava, ti restava in testa e ti colpiva (sonorità anni ’80 riarrangiate in maniera così accorta non era affatto poca cosa), “Ritual”, invece, devi ascoltarlo più volte per capirlo, ma di certo non ti impressiona.

In ogni caso vale comunque la pena di vedere i loro live, e sarà possibile il 12 marzo all’Estragon di Bologna per l’unica data italiana.

The Brown

martedì 7 dicembre 2010

Live Report: SALEM. Yes, they smoke crack.



La musica dei Salem non ha nulla di bello. Sarebbe anche abbastanza scontato definirla “evocativa”. E’ musica che affonda le sue radici in un cattivo, anzi, cattivissimo presagio, che di rassicurante non promette un bel niente, nemmeno quando la melodia tenta di affacciarsi dal muro solido e nero deisynths impastati, densi ed inesorabilmente in minore.
Tre "ex" eroinomani del Michigan, John Holland, Jack Donoghue e HeatherMarlatt, stasera sono qui all’Init anticipati dalla sgradevole seppur inevitabile aura hype (bleah) che circonda il loro debutto “King Night” (talmente hype che Riccardo Tisci ha voluto la title track come parte della colonna sonora per la presentazione della sua collezione P/E 2011 per Givenchy).
Sappiamo bene che probabilmente nessuno di noi sarebbe qui stasera, Salem compresi, se non fosse per quel duo di Toronto di cui non farò il nome e con cui il confronto è davvero inevitabile, vuoi per le sonorità a tratti simili, vuoi per la stessa spocchia che generalmente caratterizza il pubblico annesso, me compresa. Il confronto, tanto per la cronaca, non regge e non c’è storia,
anche se i Salem tutto sono fuorché banali: dai tentativi di rap trascinato e distorto, ai toni cupi ma allo stesso tempo maestosi dei sintetizzatori, fino al contrasto dei rullanti secchi con armonie vocali quasi corali, da cattedrale degli orrori, tanto da aver battezzato un genere: witch house.
Mai sopra i 100 bpm, bassi gonfiati al massimo, dal vivo il tutto sembra ancora più rallentato e lugubre che su disco, sarà anche per l'aria totalmente catatonica dei tre, quasi preoccupante nel caso di Heather Marlatt.
Mezz'ora appena ed è tutto finito, di bis non se ne parla nemmeno. Brutti sogni garantiti per tutti però.



Napalm Karenina

lunedì 6 dicembre 2010

"We Want Bucky Done Gun"


M.I.A. è un'artista musicale. Ammetiamolo. Lo è facendo un tipo di musica, un tipo riconoscibile in M.I.A. appunto.
Venerdì il tour MAYA, per la promozione del suo ultimo lavoro, è giunto anche a Roma, dopo una sosta ai Magazzini Generali di Milano.
Non potevamo non esserci.
Lei, l'artista in questione, è stata una furia, letteralmente lanciatasi all'esiguo pubblico presente. Una belva dalla pella d'ambra. Peccato peró il tutto sia durato poco meno di un'ora. Già, una fregatura, se pensiamo anche ai problemi di acustica e fonica dello "Spazio Atlantico" (ex Palacisalfa), praticamente quando M.I.A. cantava poco si sentiva, o forse eravamo noi i sordi.
Comunque, non vogliamo togliere nulla ad un'artista come lei, ci avrà anche concesso solo un'ora di frenesia, ma è pur sempre una grande. Peccato, avremmo voluto un po' di più.

Kinoeye

martedì 30 novembre 2010

Kings of Leon, ovvero come diventare delle (super)rockstar




Tornare dopo soli due anni, tornare dopo un enorme successo mondiale ottenuto con uno dei migliori album rock degli ultimi tempi (Only by the night, quasi 7 milioni di copie vendute e 4 Grammy Awards vinti) non era affatto facile. Men che meno tornare con un ottimo album. Ecco, i Kings of Leon, lo hanno fatto, e ci sono riusciti alla grande con Come Around Sundown. Un album maturo, ricco, completo, ancor più del precedente, anzi la famiglia Followill si è spinta davvero più in là. Sicuramente meno commerciale di Only by the night, questo nuovo lavoro è per questo ancora più interessante, con una qualità musicale notevole, in cui un sound suddista, con rimembranze di cantautori anni ’50, sonorità incalzanti, country, rock, garage, insomma tanti ingredienti che vengono mescolati alla loro fama di grande band da stadio (da concerti negli stadi), band capace di coinvolgere, stravolgere e far saltare migliaia di persone. Una musica dinamica e semplice allo stesso tempo, in cui la voce calda ed affascinante di Caleb Followill è a suo agio e da’ il meglio di sé, sia nei pezzi più melodici sia in quelli più graffianti.
Dagli esordi ad oggi i Kings of Leon sono molto cambiati, o meglio, per dirlo nel modo giusto, ne hanno fatta di strada. E i cambiamenti si vedono sia dal punto di vista musicale (non più grezzi, ma non meno autentici) sia per quanto riguarda il look (abbandonati ormai i capelli lunghi e le barbe incolte per uno stile da vere icone delle riviste di moda). Da garage band a supporter dei grandi gruppi (vedi Strokes o U2) a vere e proprie super rockstar, le migliori (forse) in circolazione. Tutto questo si vede, cioè, si sente in Come Around Sundown un album che davvero ti resta dentro, pezzo per pezzo, nota per nota.

The Brown

lunedì 22 novembre 2010

Andrew Belle






Me ne sono innamorato al primo ascolto. Stavo guardando Vampire Diaries quando una motivetto struggente mi ha fatto immaginare di tutto, facendomi dimenticare la mancanza di un serio plot del telefilm. Andrew è originario dell'Illinois, ma muove i suoi primi passi nel mondo della musica da cantautore nel 2009 , dopo essersi trasferito a Nashville. Il suo primo EP All Those Pretty Lights risale al 2008, ma il successo vero arriva con il singolo del Giugno 2010 In My Veins, canzone che viene acquistata come soundtrack di numerose serie televisive dell'emittente americana CW.
Attualmente il tour del suo nuovo album The Ladder è ristretto negli Stati Uniti, forse fra circa 10 anni lo vedremo in Italia.
Se vi piacciono le melodie poetiche e malinconiche da Domenica mattina, quando difficilmente vorreste essere vivi, e se siete inesorabilmente stanchi dei Coldplay. Ecco

Rooge

mercoledì 6 ottobre 2010

BRANDON FLOWERS @ Circolo degli Artisti, Roma











Come dire? Quando non sei nessuno e quando un concerto è sold out da un mese è difficile potervi avere accesso.
Ci siamo finti giornalisti di Girlfriend ( notissima rivista di ragazzette in gamba, suppongo ormai inesistente), ci siamo finti fotografi ufficiali di Brandon...Eravamo pronti a fare qualche scomodo servizietto sottobanco (o nella flora della Casilina)...quando ecco che una dolcissima coppia di sessantenni ci vende il suo biglietto. Dio esiste.
Dopo aver fatto un breve giretto per notare qualche volto familiare, apprendiamo da un energumeno maleducato e pieno di occhiaie che la mia Reflex ed il mio megaobiettivo ce li possiamo mettere dove non batte il sole, perchè è SEVERAMENTE vietato scattare foto con macchine professionali.(Al Circolo?)
Noi impavidi, ci abbiamo provato, ma con scarso risultato.(Ringraziamo vivamente il "cojone" con la camicia a scacchi davanti a noi che saltava, manco fosse al concerto dei Sepultura).
Per il resto, bravo Flowers, di meno le coriste, ottimi gli arrangiamenti che hanno stravolto il sound dell'album. Menomale.


Rooge

lunedì 4 ottobre 2010

Brandon canta da solo: da Las Vegas all' Italia



Già qualche tempo fa vi avevo parlato del BELLISSIMO e BRAVISSIMO BRANDON FLOWERS (come non farlo) e della sua imminente, e momentanea, carriera da solista.
Ecco. Ai primi di Settembre è uscito in tutto il mondo il suo primo album in solitaria, Flamingo (che io ovviamente ho comprato originale per 20 euro, ben spesi). Un album che ha visto la partecipazione e la collaborazione di tre grandi produttori quali Stuart Price, Daniel Lanois e Brendan O’Brien (che se li cercate su Wikipedia vi renderete subito conto di chi sono e che importanza hanno nel mondo della musica).
Ma veniamo al disco. Sin dal titolo si capisce subito che si tratta di un omaggio a Las Vegas, città amata da BRANDON, città dove LUI è cresciuto (Flamingo è infatti una zona della città ben nota al BENEAMATO). Per quanto riguarda le tracce, si tratta di pezzi in cui vengono affrontati tutti i temi per lui importanti, come la fede, l’amore per le persone care, scelte giuste e difficili o sbagliate, il tutto con melodie country e sferzate di rock, pop, soul e accompagnati da cori, chitarre e giochi di voci che lasciano una sensazione piacevole ma malinconica; una doppia lettura quindi, una doppia faccia di uno stesso lavoro, proprio come Las Vegas, città degli eccessi e del divertimento ma anche luogo desolante, soprattutto dopo la grave crisi economica che l’ha colpita duramente.
Dunque se da Flamingo vi aspettate un capolavoro, beh bisogna ammettere (a malincuore purtroppo) che questo non lo è. Ma bisogna fare delle considerazioni. Si tratta di un disco molto personale, che con i Killers FLOWERS non avrebbe mai potuto fare (a differenza di quello che lui dice), in quanto in questo disco c’è tutta la sua anima, il suo vissuto, le sue emozioni; è un album per certi versi sperimentale, che dimostra quanto sia eclettico IL CANTANTE; è un album che scorre via veloce, senza stancare, che regala alcuni pezzi davvero notevoli e che subito dopo averlo ascoltato fondamentalmente riascolteresti. Per tutti questi motivi si può affermare che Flamingo è un buon esordio come solista e non passa affatto inosservato (o inascoltato).
Ora per la delizia (e la libido) di tutti noi (sì, non solo la mia), BRANDON arriva in Italia per presentare il suo lavoro per due date imperdibili: il 4 ottobre all’Alcatraz di Milano e il 5 al Circolo degli artisti a Roma. Un’occasione unica per vedere il nostro beniamino da solo e in tutto il suo splendore. Piccolo problema: il concerto di Roma è sold out da almeno due settimane.

The Brown

venerdì 1 ottobre 2010

DAMAGES




E se un poeta, un drammaturgo del calibro di Sir William Shakespeare si trovasse catapultato ai giorni nostri, cosa mai scriverebbe? Scriverebbe concettuali e contemporanee opere teatrali? Si darebbe all'arte visiva estrema e fine a se stessa?
No, scriverebbe serie tv.
E Damages ne è l'esempio. Serie uscita nel 2008 e ancora in onda (da noi) racconta le vicende legate allo studio legale Patty Hewes e Associati ed è interpretata da una magistrale Glenn Close.
Basta vedere un paio di puntate e già si viene completamente risucchiati. E il bello è che ci si trova tutto un antico repertorio all'interno: una Regina potente e meschina, il suo fido Primo Ministro, l'ancella devota e l'amante ferito. Un copione già sentito, già incanalato nella memoria collettiva ma aiutato da inganni e colpi di scena talmente ben architettati da far impallidire Riccardo III.
Sir William sarebbe compiaciuto di tanto drammatico ben di dio. E noi pure.
Se Glee non vi ha convinto, se le casalinghe disperate vi hanno stancato, se Meredith Grey e co. vi stanno diventando un pò pesanti e se siete rimasti delusi dalle ultime avventure di Sookie e dei suoi amici succhiasangue, noi vi consigliamo di affidarvi alla malia della Close, magnifica come ai tempi de Le Relazioni Pericolose. Vedere per credere.

Kinoeye